Tra bonus e stimoli
Al G20 ognuno ha un’idea di exit strategy dalla crisi (e le banche sorridono)
L’unità che emergerà dalla riunione dei ministri delle Finanze del G20 in corso a Londra è solo apparente. Superata la crisi – in tempo record il Fondo monetario internazionale rivede al rialzo le stime di crescita, anche se il direttore Dominique Strauss-Kahn sottolinea che la ripresa “sarà lenta” e intaccata dalla disoccupazione.

L’unità che emergerà dalla riunione dei ministri delle Finanze del G20 in corso a Londra è solo apparente. Superata la crisi – in tempo record il Fondo monetario internazionale rivede al rialzo le stime di crescita, anche se il direttore Dominique Strauss-Kahn sottolinea che la ripresa “sarà lenta” e intaccata dalla disoccupazione, schizzata ad agosto al 9,7 negli Stati Uniti, il peggior dato in 26 anni – vecchie e nuove potenze vogliono continuare a trasmettere l’immagine di una nuova governance globale in grado di prevenire, o almeno contenere, i futuri rischi sistemici. Al summit dei capi di stato e di governo del 24 e 25 settembre a Pittsburgh saranno ribaditi solenni impegni, ma come nei precedenti G20 (Washington nel 2008 e Londra nel 2009) e al G8 dell’Aquila, appena si entra nei dettagli emergono divisioni insormontabili su quella che il ministro Giulio Tremonti ha definito la “nuova Bretton Woods in atto”. Dai bonus per i banchieri alle exit strategy sugli stimoli pubblici, si scontrano culture economiche antitetiche, interessi finanziari divergenti e priorità politiche diverse. Lo sforzo di riforma “non avanza tanto rapidamente quanto necessario per risolvere i problemi sollevati dalla crisi”, ha detto ieri Strauss Kahn. Secondo il direttore del Fmi, anche sui bonus c’è il rischio che, “man mano che il settore uscirà dalla crisi, una mentalità del ‘facciamo come se non fosse accaduto nulla’ possa impedire reali progressi”.
A dire il vero, il “business as usual” è già tornato nel settore bancario, che sta per inaugurare una ricca – dicono gli esperti – stagione dei bonus di fine anno. Gran parte dei bonus è stata distribuita nel 2008 nonostante la crisi e in quest’anno di annunciata Apocalisse ma di fatto di grande ripresa bancaria il valore dei bonus dovrebbe crescere di almeno il 25 per cento. Certo, tagliare i bonus ai banchieri è un tema popolare. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, lo cavalca in chiave elettorale. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, lo usa per occupare tutto lo spazio politico. Persino il britannico Gordon Brown, che deve preservare il ruolo della City, brandisce la minaccia per recuperare consenso. Giovedì i tre leader hanno firmato una lettera comune: “I cittadini sono scioccati dal ritorno di pratiche condannabili, quando il denaro del contribuente è stato mobilitato per sostenere il settore finanziario”. Ieri, i ministri delle Finanze di Italia, Svezia, Francia, Germania, Spagna, Lussemburgo e Olanda hanno chiesto di bandire i bonus annuali, perché le remunerazioni eccessive dei rischi sono “pericolose”. Solo che il rischio e la sua remunerazione sono alla base del capitalismo liberale, cui Stati Uniti e Regno Unito non intendono rinunciare. Il segretario al Tesoro americano, Timothy Geithner, è contrario a un tetto vincolante ai bonus, giudicato un freno alla crescita. “Mettere un tetto alle paghe di Wall Street è come dire a Apple di essere meno innovativa”, spiega David Weidner del Wall Street Journal. Per Geithner, che da sempre difende i banchieri di Wall Street, le proposte europee sono semplicistiche: le banche troverebbero gli espedienti per aggirare nuove regole e continuare a incentivare il rischio. Meglio imporre standard di capitale più alti – modificando Basilea II – perché le banche ridurrebbero i profitti, remunerando meno i loro dipendenti.
Anche l’Europa è divisa sui bonus. Brown ha firmato la lettera di Sarkozy e Merkel solo dopo che il leader francese ha rinunciato a chiedere un tetto o una tassa ad hoc sui bonus individuali. Sulla exit strategy dagli stimoli e il risanamento dei conti pubblici – altro tema di Londra e Pittsburgh – la Germania vuole correre, ma per la maggior parte degli europei è troppo presto. Un compromesso è stato trovato su exit strategy “coordinate” una volta che la crisi sarà finita, senza però specificare come e da chi verrà decretata la fine della crisi. Sulla riforma del Fmi, gli Stati Uniti fanno pressioni sull’Europa affinché lasci più spazio e influenza alle potenze emergenti come Cina e Brasile, ma la Francia “non vuole un seggio unico” europeo, come invece chiede Tremonti. Intanto, al Fmi mancano 250 miliardi che erano stati promessi dal G20 di aprile. Sui cambi, Francia, Cina e Russia sono a favore di una nuova moneta di riserva globale, ma Regno Unito e America ritengono che l’economia sia troppo fragile per un dibattito di questo tipo. Il tema è politicamente sensibile e, così, è improbabile che si parli del futuro ruolo del dollaro o della rivalutazione del renminbi. Alle divisioni europee in vista di Pittsburgh cercherà di porre rimedio la Svezia, presidente di turno dell’Ue, con un vertice straordinario il 17 settembre. Quanto alle divergenze globali, c’è chi pensa già a un altro summit del G20 dopo Pittsburgh.
A dire il vero, il “business as usual” è già tornato nel settore bancario, che sta per inaugurare una ricca – dicono gli esperti – stagione dei bonus di fine anno. Gran parte dei bonus è stata distribuita nel 2008 nonostante la crisi e in quest’anno di annunciata Apocalisse ma di fatto di grande ripresa bancaria il valore dei bonus dovrebbe crescere di almeno il 25 per cento. Certo, tagliare i bonus ai banchieri è un tema popolare. La cancelliera tedesca, Angela Merkel, lo cavalca in chiave elettorale. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy, lo usa per occupare tutto lo spazio politico. Persino il britannico Gordon Brown, che deve preservare il ruolo della City, brandisce la minaccia per recuperare consenso. Giovedì i tre leader hanno firmato una lettera comune: “I cittadini sono scioccati dal ritorno di pratiche condannabili, quando il denaro del contribuente è stato mobilitato per sostenere il settore finanziario”. Ieri, i ministri delle Finanze di Italia, Svezia, Francia, Germania, Spagna, Lussemburgo e Olanda hanno chiesto di bandire i bonus annuali, perché le remunerazioni eccessive dei rischi sono “pericolose”. Solo che il rischio e la sua remunerazione sono alla base del capitalismo liberale, cui Stati Uniti e Regno Unito non intendono rinunciare. Il segretario al Tesoro americano, Timothy Geithner, è contrario a un tetto vincolante ai bonus, giudicato un freno alla crescita. “Mettere un tetto alle paghe di Wall Street è come dire a Apple di essere meno innovativa”, spiega David Weidner del Wall Street Journal. Per Geithner, che da sempre difende i banchieri di Wall Street, le proposte europee sono semplicistiche: le banche troverebbero gli espedienti per aggirare nuove regole e continuare a incentivare il rischio. Meglio imporre standard di capitale più alti – modificando Basilea II – perché le banche ridurrebbero i profitti, remunerando meno i loro dipendenti.
Anche l’Europa è divisa sui bonus. Brown ha firmato la lettera di Sarkozy e Merkel solo dopo che il leader francese ha rinunciato a chiedere un tetto o una tassa ad hoc sui bonus individuali. Sulla exit strategy dagli stimoli e il risanamento dei conti pubblici – altro tema di Londra e Pittsburgh – la Germania vuole correre, ma per la maggior parte degli europei è troppo presto. Un compromesso è stato trovato su exit strategy “coordinate” una volta che la crisi sarà finita, senza però specificare come e da chi verrà decretata la fine della crisi. Sulla riforma del Fmi, gli Stati Uniti fanno pressioni sull’Europa affinché lasci più spazio e influenza alle potenze emergenti come Cina e Brasile, ma la Francia “non vuole un seggio unico” europeo, come invece chiede Tremonti. Intanto, al Fmi mancano 250 miliardi che erano stati promessi dal G20 di aprile. Sui cambi, Francia, Cina e Russia sono a favore di una nuova moneta di riserva globale, ma Regno Unito e America ritengono che l’economia sia troppo fragile per un dibattito di questo tipo. Il tema è politicamente sensibile e, così, è improbabile che si parli del futuro ruolo del dollaro o della rivalutazione del renminbi. Alle divisioni europee in vista di Pittsburgh cercherà di porre rimedio la Svezia, presidente di turno dell’Ue, con un vertice straordinario il 17 settembre. Quanto alle divergenze globali, c’è chi pensa già a un altro summit del G20 dopo Pittsburgh.